Toxydoll - Bullsheep

Da WikiFreaks.
Toxydoll - B.jpg
Artista Toxydoll
Titolo album Bullsheep
Etichetta Aut Records
Anno pubblicazione 2015
Tipo album Full length
Recensore Bernardo Mattioni
Voto Beautiful Freaks 8
Recensione reperibile su Beautiful Freaks 53

Recensione di Beautiful Freaks

Bullsheep è il primo album in studio del quartetto Berlin-based Toxydoll. La band si forma nel 2013, ed ha già pubblicato un live album presso la stessa etichetta berlinese Aut Records. L’album e la band stessa, tuttavia, hanno numerosi legami con l’Italia: il concetto per Bullsheep è nato nel nostro paese, durante un tour della band nel 2014. Anche larga parte del processo produttivo dello stesso è avvenuto da noi, e due membri della band (Alberto Cavenati, gtr, e Bob Meanza, keys & electronics) sono italiani. Il quartetto, sax, tastiere+campionamenti, chitarra e batteria rivela immediatamente un approccio trasversale, con una batterista punk e un sassofonista free a completare la costellazione. Le premesse su cui Bullsheep fa leva sembrerebbero radicate nel jazz. Tuttavia, pur preservandone alcuni linguaggi (quello del free jazz, in maggior misura), il sound della band integra ed evolve il discorso, impattando e frammentandosi contro corpi solidi come noise, prog ed elettronica d’avanguardia. Se Renato Pulled a Number fosse stata la prima traccia dell’album, per i primi 69 secondi un ipotetico ascoltatore avrebbe potuto aspettarsi un disco più vicino agli Zeni Geva che a Ornette Coleman. Eppure non siamo così lontani. Certo, Naked City Noise Jazz Conspiracy e progetti affini vengono subito in mente, così come si può ricercare una radice comune nei vari Pharoah Sanders, Wadada Leo Smith e Cecil Taylor, ma la ruminazione di linguaggi e la digestione degli stessi è un aspetto caratterizzante e certamente interessante dell’album in questione. Tsk tsk tsk, ad esempio, dopo un incipit tra Horace Silver e Masada Guitar abbraccia un processo di straniamento improvvisativo che fa da contraltare all’approccio quasi standard del brano, sia ritmicamente che armonicamente parlando. La bellissima Mantis Dance fonde un complesso solistico fatto di campionamenti, sax, batteria e chitarra, mentre Zoft Mascheen espone splendidamente la dialettica prog, che per fare un paragone calzante si potrebbe avvicinare a Ultimate Adventure di Corea. Un disco intelligentissimo, che non si abbandona al solipsismo, ma sa districarsi nella moltitudine dei linguaggi che lo compongono, rivelando il piacere di fare musica nel perdersi.